di Alessandro Matticola

Nelle ultime due settimane, ho avuto la possibilità di assistere alla preparazione di una produzione televisiva per una rievocazione storica che, a causa del coronavirus, è stata annullata.

Le riprese coprivano diverse epoche storiche, dal ‘500 al ‘700, con costumi di scena spettacolari affittati apposta per l’occasione.

Me n’è capitato tra le mani uno in particolare, che mi ha riportato alla mente il film di cui vi parlo voglio parlarvi. Un film che sta per compiere 45 anni, ma che non riesce a superare la bellezza e lo splendore dei film in costume di oggi. Anche perché – tra le altre cose – sono diversi anni che non vengono prodotti film in costume, soprattutto ambientati nel 1700.

Sto parlando di “Barry Lyndon”, il capolavoro tratto dal romanzo di William Thackeray del 1814, firmato dal genio assoluto della settima arte, Stanley Kubrick.

Ripreso tra il 1973 e il 1975, uscito nelle sale il giorno di capodanno 1976 con molto scetticismo dopo lo scandalo di “Arancia Meccanica”, vincitore di 4 premi oscar tra cui la fotografia – la punta di diamante del film – ma non Kubrick. Protagonista Ryan O’Neal – la prima scelta era Robert Redford che poi rifiutò – interprete del film cult Love Story del 1970. Realizzato in un periodo molto difficile per il regista. Erano appunto gli anni dopo l’uscita di “Arancia Meccanica”, Kubrick si era trasferito a Londra e fu costretto a tornare negli USA dopo che le gang dei sobborghi londinesi e non solo, iniziarono ad imitare le scorribande di Alex e dei suoi scagnozzi. Omicidi, pestaggi e stupri che costarono a Kubrick l’esilio dalla patria di “2001: Odissea Nello Spazio”.

Kubrick era un maniaco della perfezione, quella che serve nel realizzare un capolavoro come Barry Lyndon della durata di più di 3 ore, diviso in due parti, fedele in ogni virgola alla narrazione di Thackeray. Le immagini riprese sono la narrazione esatta del romanzo. Una ricerca della perfezione quasi ossessiva e maniacale.

Per la produzione del film Stanley Kubrick analizzò quadri dell’epoca e libri di storia dell’arte. Le scene di Barry Lyndon sono la riproduzione fedele di quei quadri, che prendono vita nelle riprese del film. Riprese esclusivamente con luce naturale, sia all’interno che all’esterno.

Vennero usate delle cineprese Mitchell BNC, che si usavano per creare il trasparente, ossia quando una scena girata dal vero si fonde con una proiettata sullo sfondo, di solito uno schermo trasparente appunto, in modo da farle diventate un unicum. Sulla cinepresa venne montato, dopo un adattamento non semplice, un obiettivo da 50mm Zeiss progettato per la NASA, da utilizzare sui satelliti con un’apertura diaframmatica massima di 0.7. Un obiettivo molto “veloce” che permise grazie all’utilizzo di una particolare pellicola Kodak ad altissima sensibilità di poter riprendere solo con luce naturale quasi tutte le scene del film, ad eccezione delle zoommate e di quelle in pieno giorno naturalmente.

Non vennero usate luci per gli esterni, compresi i notturni, non vennero usate luci per gli interni ad esclusione delle candele, ricreando esattamente l’atmosfera che si poteva respirare in quegli ambienti all’epoca in cui è ambientata la storia. Il risultato è mozzafiato. Scene girate a lume di candela o alla luce della luna senza alcun effetto speciale. Qualcosa che ancora oggi non è stato ricreato da nessuno.

Barry Lyndon è un tuffo nel barocco, dal vivo, in presa diretta. Come la musica utilizzata nel film, su tutte la Sarabanda di Georg Friedrich Händel usata nei titoli di testa e il Trio Per Pianoforte in Mi bemolle maggiore di Franz Schubert. Eppure non sono brani che ci si aspetta nel periodo barocco, non vi è la maestosità e la pomposità delle opere di Corelli o di Vivaldi.

Tutto è immerso in un silenzio assordante, nonostante la musica. Barry Lyndon, nonostante i dialoghi è un film concepito, nato, ripreso e interpretato nel silenzio. Lo stesso che si respira mentre lo si guarda, eppure c’è il movimento, c’è l’azione, ma quello che viene restituito è il silenzio, quasi a richiedere attenzione e a creare una suspense pari ad un film di ben altro genere.

Come in una delle scene più toccanti del film: il bacio sul balcone al chiaro di luna tra Redmond Barry e Lady Lyndon – di cui non si conoscerà mai il nome – interpretata da Marissa Berenson sulle note del pianoforte di Schubert. I due si incontrano di nascosto, di notte, sulla balconata del palazzo. Di sottofondo c’è il Trio per Pianoforte, ma tutto intorno e nella scena è il silenzio, tanto che anche le note del piano sembrano essere parte del silenzio assordante che circonda i due. Un silenzio che crea quasi fastidio ed ansia per i cuori più deboli e forti vibrazioni per quelli più temerari. Un colpo di genio come solo Stanley Kubrick era capace di fare, come succede anche in altri suoi film.

Lo stesso silenzio che ancora oggi, circonda quella che resta la visione più fedele del 1700 nel cinema.